Menu secondario

.,

Diritto all'Ambiente: il delitto di inquinamento ambientale

Date: 03-04-2017 / Author: sapaf /
Diritto al'Ambiente

diritto all'ambiente

IL DELITTO DI “INQUINAMENTO AMBIENTALE” ALLA LUCE DELL’ORIENTAMENTO GIURISPRUDENZIALE DELLA CASSAZIONE PENALE

A cura della Dott.ssa Valentina Vattani

All’indomani dell’entrata in vigore del nuovo pacchetto di delitti contro l’ambiente inseriti nel Codice Penale (Libro Secondo, Titolo VI-bis) dalla legge 22 maggio 2015 n. 68, la Cassazione Penale è stata chiamata a dare un contributo di approfondimento e chiarimento su quelli che sono gli aspetti più incerti e problematici connessi con le nuove figure delittuose.

In particolare, in merito al nuovo delitto di “Inquinamento ambientale” ex art. 452 bis c.p. si sono registrate le prime interessanti sentenze della Suprema Corte con le quali vengono elencati quelli che possono essere considerati - ad oggi - dei punti stabili di indirizzo interpretativo dei Giudici in relazione all’articolazione del delitto in questione.

Ricordiamo, in premessa, che l’art. 452 bis c.p. così dispone: “È punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da euro 10.000 a euro 100.000 chiunque abusivamente cagiona una compromissione o un deterioramento significativi e misurabili:

1) delle acque o dell’aria, o di porzioni estese o significative del suolo o del sottosuolo;

2) di un ecosistema, della biodiversità, anche agraria, della flora o della fauna.

Quando l’inquinamento è prodotto in un’area naturale protetta o sottoposta a vincolo paesaggistico, ambientale, storico, artistico, architettonico o archeologico, ovvero in danno di specie animali o vegetali protette, la pena è aumentata”.

I) Il requisito dell’abusività della condotta

In relazione al requisito dell’abusività della condotta si è rimarcato il principio per cui: «la condotta “abusiva” idonea ad integrare il delitto di cui all’art. 452-bis cod. pen. comprende non soltanto quella svolta in assenza delle prescritte autorizzazioni, o sulla base di autorizzazioni scadute o palesemente illegittime o comunque non commisurate alla tipologia di attività richiesta, ma anche quella posta in essere in violazione di leggi statali o regionali - ancorché non strettamente pertinenti al settore ambientale - ovvero di prescrizioni amministrative» (cit. Cassazione Penale - Sez. III - sentenza del 3 marzo 2017 n. 10515).

Pertanto va riconosciuto un concetto ampio di condotta “abusiva”, intesa non solo come attività clandestina (cioè svolta in assenza di qualsiasi autorizzazione), ma anche come attività posta in essere in violazione delle prescrizioni amministrative, o con autorizzazioni scadute o palesemente illegittime, o in violazione di leggi statali o regionali ancorché non strettamente pertinenti al settore ambientale.

II) La compromissione o il deterioramento significativi e misurabili

Nell’individuazione del significato concreto da attribuire ai termini compromissionee “deterioramento- concetti posti nella disposizione in esame in alternativa tra loro - la Cassazione ha precisato che: «indicano fenomeni sostanzialmente equivalenti negli effetti, in quanto si risolvono entrambi in una alterazione, ossia in una modifica dell’originaria consistenza della matrice ambientale o dell’ecosistema caratterizzata, nel caso della compromissione, in una condizione di rischio o pericolo che potrebbe definirsi di “squilibrio funzionale”, perché incidente sui normali processi naturali correlati alla specificità della matrice ambientale o dell’ecosistema ed, in quello del deterioramento, come “squilibrio strutturale”, caratterizzato da un decadimento di stato o di qualità di questi ultimi» (Cassazione Penale - Sez. III - sentenza del 3 novembre 2016 n. 46170).

Peraltro la compromissione o il deterioramento devono essere, comunque, “significativi” e “misurabili”. Restano esclusi - quindi - dall’ipotesi delittuosa i fatti di minore rilievo.

La Cassazione sul punto, nella sopra citata sentenza n. 46170/2016, ha richiamato il senso lessicale dei termini, per cui: «il termine “significativo” denota senz’altro incisività e rilevanza, mentre “misurabile” può dirsi ciò che è quantitativamente apprezzabile o, comunque, oggettivamente rilevabile». In tale occasione si è sottolineato che, l’assenza di espliciti riferimenti a limiti imposti da specifiche disposizioni o a particolari metodiche di analisi, esclude che vi sia un vincolo assoluto per l'interprete correlato a parametri imposti dalla disciplina di settore, il cui superamento non implica necessariamente una situazione di danno o di pericolo per l’ambiente, potendosi peraltro presentare casi in cui, pur in assenza di limiti imposti normativamente, tale situazione sia di macroscopica evidenza o, comunque, concretamente accertabile.

Un aspetto importante è che nell’ipotesi di “inquinamento ambientale” non assume rilievo l’eventuale reversibilità del fenomeno inquinante, poiché deterioramento e compromissione sono concetti diversi dalla “distruzione” e, dunque, non equivalgono ad una condizione di “tendenziale irrimediabilità” che, invece, è più propria dell’altro nuovo delitto di “disastro ambientale” ex art. 452 quater c.p..

Tuttavia, nella sentenza n. 10515/2017, la Suprema Corte ha voluto ulteriormente precisare che: «Pur se non irreversibile, il deterioramento o la compromissione evocano l’idea di un risultato raggiunto, di una condotta che ha prodotto il suo effetto dannoso». Sotto questo profilo, il deterioramento e la compromissione costituiscono evento tipico del delitto di danneggiamento. Per i Giudici, dunque: «il reato in questione è senza alcun dubbio un reato di danno, causalmente orientato».

Peraltro si ricorda come la giurisprudenza della Corte già in passato abbia ampiamente attinto al reato di “danneggiamento” cui all’art. 635 c.p. (che ha rappresentato per anni, in pratica, l’unico reato efficace e sostanziale per il contrasto ai grandi inquinamenti idrici); in riferimento al quale si è rilevato che si ha “deterioramento” - ai fini della configurabilità del reato di danneggiamento - tutte le volte in cui una cosa venga resa inservibile, anche solo temporaneamente, all’uso cui è destinata, non rilevando la possibilità di reversione del danno, anche se tale reversione avvenga non per opera dell’uomo, ma per la capacità della cosa di riacquistare la sua funzionalità nel tempo (sulla scorta di tale principio la Cassazione - ad esempio - in passato ha ritenuto sussistente il danno sulle acque di un fiume, anche se gli effetti dell’inquinamento erano momentanei e transitori, essendo sufficiente la dimostrazione che il fatto fosse stato notevole ed avesse ridotto l’utilizzazione del corso d’acqua in conformità alla sua destinazione(1)).

III) La durata temporale della condotta attiva

Un altro aspetto importante è quello relativo alla durata temporale dell’azione attiva che provoca l’inquinamento ambientale e che ha forti riflessi sulla prescrizione.

Richiamando un principio già consolidato in relazione all’applicazione del “reato satellite” di danneggiamento delle acque pubbliche, la Cassazione Penale - anche con riferimento al nuovo delitto di “inquinamento ambientale” ex art. 452 bis c.p. - ha precisato che: «le condotte poste in essere successivamente all’iniziale deterioramento o compromissione non costituiscono “post factum” non punibile» (cit. Cassazione Penale - Sez. III - sentenza del 3 marzo 2017 n. 10515).

Pertanto laddove il deterioramento o la compromissione siano frutto non di un unico atto, ma della ripetizione di condotte lesive, la fattispecie va inquadrata nella categoria di delitti denominati a “consumazione prolungata” o a “condotta frazionata”, in ragione delle specifiche modalità con cui la condotta criminosa è posta in essere.

La conseguenza di ciò è che - ad esempio - le plurime immissioni di sostanze inquinanti nei corsi d’acqua, successive alla prima, non costituiscono un post factum penalmente irrilevante,

né singole ed autonome azioni costituenti altrettanti reati di danneggiamento, bensì singoli atti di un’unica azione lesiva che spostano in avanti la cessazione della consumazione fino all’ultima immissione, e dunque anche l’inizio della decorrenza della prescrizione (considerato che l’art. 158 c.p. dispone che il termine della prescrizione decorre “dal giorno della consumazione”).

***

In conclusione, pare opportuno ricordare che il successivo articolo 452-quinquies c.p. prevede - al primo comma - l’ipotesi colposa (con pena diversa e minore), che è realisticamente quella potenzialmente più frequente. Infatti, nella maggior parte dei casi di inquinamento ambientale è difficile che il soggetto responsabile agisca con dolo (cioè con la volontà diretta di voler danneggiare l’ambiente), mentre gran parte degli eventi di illegalità storiche nel settore sono stati fino ad oggi connessi a forme di colpa (anche gravi) a livello di elemento soggettivo. A meno che non si riesca a dimostrare il dolo eventuale.

Valentina Vattani

Pubblicato il 3 aprile 2017

(1) Cassazione Penale - Sez. IV – sentenza del 9 marzo 2011 n. 9343

leggi in pdf

Sviluppato da Maxsos