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consegna di rifiuti a trasportatore non iscritto all'Albo Santoloci Vattani 01-09-2016

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Diritto al'Ambiente

diritto all'ambiente

Un aspetto sottovalutato della posizione del produttore dei rifiuti che è il primo responsabile nella cordata della gestione illecita dei rifiuti

IL PRODUTTORE (AZIENDALE O PRIVATO) CHE CONSEGNA I PROPRI RIFIUTI AD UN TRASPORTATORE/SMALTITORE NON ISCRITTO ALL’ALBO CONCORRE NEL REATO DI GESTIONE ILLECITA

(ARTT. 256/comma 1 D.Lvo n. 152/06)

A cura del Dott. Maurizio Santoloci e della Dott.ssa Valentina Vattani

Un titolare di azienda, oppure un privato cittadino che, in luogo di rivolgersi al servizio di smaltimento/recupero regolare, consegna i propri rifiuti (pericolosi o non pericolosi) ad un soggetto totalmente “in nero” ed abusivo per disfarsi dei propri rifiuti, a quali sanzioni va incontro? Risposta: concorre (dolosamente) con lo smaltitore “in nero” abusivo nel reato di gestione illecita di rifiuti previsto dall’articolo 256, comma 1, D.Lgs n. 152/06. Vediamo perché...

Gli oneri e le responsabilità dei produttori di rifiuti (aziendali e privati)

Sul produttore/detentore ricade l’onere di provvedere al corretto smaltimento o recupero dei propri rifiuti nelle forme di legge. Gli oneri dei produttori e dei detentori nella gestione dei rifiuti sono individuati all’art. 188 del D.Lgs. n.152/2006.

In particolare, per quanto concerne i “rifiuti urbani” il legislatore ha previsto che del corretto smaltimento e recupero se ne occupi un “gestore del servizio pubblico” che per tale servizio viene, comunque, pagato dai cittadini tramite la tariffa sui rifiuti. La responsabilità del detentore viene meno con il conferimento dei rifiuti al servizio pubblico di raccolta.

Per i “rifiuti speciali”, il legislatore ha previsto che la gestione sia onere totalmente del produttore/ detentore, il quale, dunque, deve andarsi a cercare un trasportatore idoneo ed un impianto finale (di smaltimento o recupero) sempre idoneo.

La responsabilità del produttore viene meno a seguito del conferimento dei rifiuti a soggetti autorizzati alle attività di recupero o di smaltimento, a condizione che il produttore sia in possesso della quarta copia del formulario controfirmato e datato in arrivo dal destinatario entro tre mesi dalla data di conferimento dei rifiuti al trasportatore (al fine di attestare che il rifiuto è stato effettivamente conferito all’impianto di smaltimento o recupero); in caso di mancata ricezione del formulario, alla scadenza del predetto termine, ne deve fare segnalazione alla Provincia.

Va precisato che il produttore iniziale o altro detentore ha la responsabilità della corretta gestione dei rifiuti fino a quando non vi è la certezza che detti rifiuti siano stati recuperati o smaltiti in modo corretto.

Il produttore-detentore di rifiuti speciali, qualora non provveda all’autosmaltimento o al conferimento dei rifiuti a soggetti che gestiscono il pubblico servizio, può consegnarli ad altri soggetti, ma - in tal caso - ha l’obbligo di controllare che si tratti di soggetti autorizzati alle attività di recupero o smaltimento. Ove, tale doverosa verifica sia omessa, il produttore-detentore risponde a titolo di concorso con il soggetto qualificato nella commissione del reato di attività non autorizzata di gestione dei rifiuti (così Cassazione Penale – Sez. III – sentenza del 17 aprile 2003, n. 16016). Principio, questo, oramai consolidato: « Deve in definitiva ribadirsi il principio secondo il quale colui che conferisce i propri rifiuti a soggetti terzi per il recupero o lo smaltimento ha il dovere di accertare che gli stessi siano debitamente autorizzati allo svolgimento di dette attività, con la conseguenza che l’inosservanza di tale elementare regola di cautela imprenditoriale è idonea a configurare la responsabilità per il reato di illecita gestione di rifiuti in concorso con coloro che li hanno ricevuti in assenza del prescritto titolo abilitativo» (Cassazione Penale - Sez. III - sentenza dell’11 luglio 2013, n. 29727).

Addirittura per i rifiuti di rame o di metalli ferrosi e non ferrosi tale principio è rigorosamente esplicitato in un’apposita disposizione normativa. Infatti il comma 1bis dell’art. 188 dispone che il produttore iniziale o altro detentore dei rifiuti di rame o di metalli ferrosi e non ferrosi – se non provvedono direttamente al loro trattamento – sono tenuti a consegnare tali rifiuti unicamente a soggetti autorizzati ai sensi delle disposizioni generali sui rifiuti. Va sottolineato, inoltre, che queste responsabilità iniziali dei produttori di rifiuti (sia soggetti titolari di azienda che soggetti privati) non sono delegabili in alcun modo a terzi ed ogni contratto in tal senso è nullo, ed anzi appare elemento probatorio a supporto del dolo del soggetto stesso.

Chi sono gli smaltitori “in nero” totalmente abusivi?

Sul nostro territorio operano non di rado (ed anzi molto frequentemente) aziende di trasporto e smaltmento di rifiuti “in nero”, cioè totalmente irregolari sotto ogni profilo di iscrizione a tutti i livelli (ivi comprese le registrazioni di base come azienda, gli aspetti fiscali e tributari, l’adesione alle regole antinfortunistiche e di sicurezza del lavoro). (1)

L’aspetto propedeutico è costituito dalla mancata iscrizione all’Albo Nazionale Gestori Ambientali, mancata iscrizione che è il sigillo della volontà dolosa della scelta di agire radicalmente e totalmente in modo illegale in tutto il ciclo di attività posta in essere (dal prelievo presso titolare di azienda a sua volta dolosamente complice, al trasporto, allo smaltimento finale).

Tali realtà sono totalmente irregolari ed “invisibili” a livello ufficiale nel contesto della normativa ambientale, anche se operano sistematicamente e quotidianamente alla luce del sole.

Si pensi – per citare un esempio banale – agli autospurghisti abusivi che ancora in molte zone rurali esistono ed ogni giorno – con trattori ed autobotti su carrello - prelevano rifiuti liquidi da vasche private ed aziendali per poi dirigersi, inevitabilmente, verso destini illeciti atteso che proprio ogni mancata iscrizione e regolarizzazione impedisce loro (anche volendo) di entrare in un impianto autorizzato. Oppure alle ditte di demolizione edile abusive sotto ogni profilo.

In questi casi, vogliamo sottolinearlo, si tratta di vere e proprie aziende illegali ed irregolari soggette a tutti i reati connessi - anche - alla gestione illecita dei rifiuti (oltre che a tutti gli altri reati pertinenti gli altri settori di violazione seriale di leggi, in primo luogo quella antinfortunistica). Apparirebbe, infatti, assurdo e paradossale ritenere che i reati in materia di gestione illegale dei rifiuti (e gli altri reati, tra i quali appunto quelli in materia antinfortunistica e/o fiscali-tributari) possano essere applicati esclusivamente alle aziende regolari (cioè giuridicamente esistenti e registrati) che poi nel corso dell’attività vanno a violare le regole per il corretto esercizio dell’attività medesima (mentre quelle “in nero” sarebbero avvantaggiate, e godrebbero di una specie di incomprebsibile immunità premiante per la loro illergalitò di base…).

A maggior ragione i reati in materia di gestione illegale dei rifiuti (in primo luogo quelli sul trasporto) si devono applicare anche e soprattutto a tutte quelle realtà che sono di fatto aziende, ma ufficialmente non sono mai state registrate come tali in nessun settore, in primo luogo quello ambientale, le quali dunque devono essere equiparate a tutti gli effetti sostanziali e procedurali alle aziende vere e proprie.

Con l’aggravante trasversale di essere “in nero”, e quindi con l’aggiunta di tutti quegli altri illeciti connessi - appunto - a tale situazione di vita sotterranea al di sotto delle regole di legge a livello basilare.

Esistono poi, in margine a tali situazioni di vere e proprie aziende illegali strutturate ed operative a tutti gli effetti, realtà diverse (apparentemente minori) e caratterizzate da soggetti realmente privati i quali in alcuni momenti si improvvisano trasportatori conto terzi di rifiuti di ogni tipo. Si tratta di pensionati o soggetti (dipendenti privati e pubblici) che esercitano nel tempo libero il doppio lavoro, parenti ed amici che secondo l’occasione prestano il proprio lavoro e li tenevano i mezzi privati per trasportare rifiuti conto terzi. Anche questo avviene molto spesso nel campo dell’edilizia, soprattutto abusiva, e delle demolizioni edili a diversi livelli.

A nostro avviso il fatto che non si tratta di vere e proprie aziende non strutturate, ma di singoli privati che svolgono tale l’attività in modo non seriale e regolare, non esclude per tali attività gli illeciti in materia di trasporto di rifiuti di qualunque tipo conto terzi in modo illegale. E questo anche considerando il fatto che tali realtà sono piuttosto diffuse e costrette comunque a veicolare tutti i rifiuti trasportati verso destinazioni a loro volta illegali, in quanto proprio la natura irregolare ed abusiva del trasporto non consente loro comunque di raggiungere un centro autorizzato ove scaricare detti rifiuti.

Va considerato che tutti questi soggetti che si muovono quotidianamente apportano comunque un rilevante danno sul territorio, perché sempre e comunque sono destinati, anche non volendo, a riversare i rifiuti medesimi in siti irregolari e al di fuori di ogni regola di legge non potendo appunto raggiungere alcuna destinazione conforme alla norma.

Conforta comunque questa nostra “antica” interpretazione anche la Cassazione penale la quale con una importante e significativa sentenza ha ribadito esattamente questo concetto che da tempo andiamo esponendo in diverse sedi editoriali e seminariali, pure a volte tra mancate condivisioni.

Infatti la Terza sezione penale della Corte di Cassazione Penale con la sentenza 8 giugno 2010 n. 21655 ha sancito che il reato di trasporto illecito di rifiuti previsto dall’art. 256 D.lgs. n. 152/2006 si configura come istantaneo - e non abituale - e si perfeziona nel momento in cui si realizza la singola condotta tipica con la conseguenza che è sufficiente un unico trasporto ad integrare la fattispecie di reato. Il terzo incolpevole proprietario del mezzo ha l’onere di provare la sua buona fede.

«La attività di trasporto è inserita tra quelle di gestione dei rifiuti (per la chiara norma definitoria dell’art. 183 c. 1 lett. d DLvo 152/2006) e, pertanto, la mancanza di un provvedimento che la sorregga ha rilevanza penale. ».

«La deduzione della Difesa, secondo la quale l’indagato esercitava l’attività di trasporto non in via continuativa, non è provata in fatto ed è irrilevante in diritto; la circostanza prospettata non esonerava l’indagato dall’obbligo di munirsi di un titolo abilitativo perché il reato in esame si configura come istantaneo - e non abituale - e si perfeziona nel momento in cui si realizza la singola condotta tipica con la conseguenza che è sufficiente un unico trasporto ad integrare la fattispecie di reato. ».

« l’art. 259 uc DLvo 152/2006 (che prevede per il reato di trasporto illecito dei rifiuti la confisca ex lege del mezzo) nulla dispone circa la posizione del terzo incolpevole proprietario del mezzo una interpretazione costituzionalmente orientata della nonna (che evita disomogeneità di trattamento con casi analoghi) porta a concludere che colui che non ha partecipato alla commissione del reato, né ai profitti che ne derivano, sia ammesso a provare la sua buona fede (Cass. Sezione 3 sentenza 46012/2008). ».

Cosa unisce produttore conferente e smaltitore “in nero”? Il fine di disfarsi dei rifiuti ed il dolo nella certezza condivisa della destinazione illecita…

Il produttore dei rifiuti (aziendale o privato) e lo smaltitore “in nero” sono uniti dalla comune volontà dolosa di smaltire illegalmente i rifiuti medesimi verso destinazione fuori di ogni regola, con il chiaro fine di disfarsi degli stessi. Infatti, il produttore, sul quale ricade come sopra abbiamo visto l’onere - non delegabile a nessuno - di garantire all’ordinamento giuridico la corretta destinazione finale dei suoi rifiuti, deve obbligatoriamente scegliere una strada legale per recuperare o smaltire tali propri rifiuti. Invece, lo stesso produttore - nel nostro caso - in luogo di scegliere tale destinazione legale, per disfarsi dei propri rifiuti decide di rivolgersi dolosamente - e quindi con chiara consapevolezza e volontà - ad uno smaltitore "in nero" per destinare i propri rifiuti verso un fine illegale; e questo unicamente al fine di risparmiare sui costi di smaltimento o recupero regolari. Non si può trattare – dunque - di errori, di leggerezze o ipotesi colpose: la volontà dolosa del produttore in questi casi è chiara... E' lui che imprime (ed è l'unico che può farlo...) al proprio rifiuto la destinazione verso lo smaltimento: legale o illegale. Quindi il primo vero responsabile degli smaltimenti illegali dei rifiuti è sempre e comunque il produttore da cui si origina il ciclo criminale del rifiuto da lui generato.

Paradossalmente il ciclo della gestione illegale dei rifiuti inizia proprio da questo tipo di produttore ed è lui (titolare di azienda o privato) che deve rispondere come primo soggetto presupposto del reato di gestione illecita di rifiuti: tutti gli altri andranno poi in concorso con lui, Infatti, due possono essere le ipotesi:

A) Il produttore, nel momento in cui decide di smaltire i propri rifiuti illegalmente,  può teoricamente operare anche in proprio senza l'ausilio di terzi.  È logico che in questi casi il produttore risponderà in proprio (e solo lui) del reato di gestione illecita di rifiuti. 

B) Se invece, come accade nella maggior parte dei casi, il produttore (aziendale o privato) decide di destinare i propri rifiuti verso obiettivo illecito differito, si deve rivolgere ad un terzo che preleverà il carico e provvederà a concludere l'operazione illegale. Ecco che a questo punto entra in gioco lo smaltitore “in nero” il quale riveste diverse figure, la più classica delle quali - nella fase iniziale - è quella del trasportatore illegale, il quale si recherà con il proprio mezzo presso la sede del produttore per prelevare i rifiuti nell’accordo doloso reciproco di destinarli - appunto - verso una destinazione fuori di ogni regola. Ecco, dunque, che in questa fase appare chiara la volontà dolosa del produttore, dello smaltitore "in nero" e dei successivi soggetti che eventualmente intervengono fino alla fase finale (ad esempio, titolare di impianto illegale di destino) perché tutti palesemente in concorso doloso, dal primo all'ultimo, decidono scientemente e volontariamente di destinare i propri rifiuti verso fine il legale. Nessuno in questa catena può essere derubricato in ipotesi colpose, di minore rilievo a livello soggettivo. Tutti svolgono dolosamente il proprio ruolo che è perfettamente sinergico a quello dell'altro…

Quindi, il concorso doloso appare palese in ogni fase, ma il momento iniziale è sempre la volontà – appunto dolosa - del produttore il quale, giova ripetere, per smaltire illegalmente i propri rifiuti può agire da solo (nel qual caso risponderà - appunto - da solo del reato di gestioni illecita di rifiuti), oppure può scegliere di adottare soggetti complici i quali intervengono in concorso con lui in questa dinamica. Paradossalmente, è lo smaltitore illegale che entra in concorso con il produttore, perché a nostro modesto avviso è il produttore che attira in concorso gli smaltitori illegali (dato che la volontà iniziale è sempre e solo quella delle produttore). Quindi, la cordata illegale vede come primo soggetto presupposto il produttore, e poi a catena - successivamente - tutti gli altri.

Un esempio manualistico. Il titolare di un’azienda che produce rifiuti liquidi, ha il dovere di indirizzare tali liquami verso un impianto di smaltimento regolare. Se, invece, sceglie – al chiaro fine di risparmiare sui costi di smaltimento regolare – di destinare i propri rifiuti liquidi verso destinazione illegale, può operare in due modi.

- Prima ipotesi. Carica i rifiuti liquidi da lui prodotti su un mezzo proprio aziendale, si reca in un sito isolato e riversa i liquami in un corso d’acqua pubblico. In tale ipotesi risponderà in via diretta ed esclusiva del reato di gestione illecita di rifiuti liquidi mediante smaltimento illegale sulla base dell’art. 256 comma 1 D.Lgs n. 152/06 (oltre al concorrente reato di danneggiamento aggravato di acque pubbliche sulla base dell’art. 635 II° comma n. 3 Codice Penale).

- Seconda ipotesi. Contatta un soggetto “in nero” nella piena consapevolezza della sua attività totalmente illegale e – in piena sinergia reciproca – concordano insieme lo smaltimento illegale del carico di rifiuti liquidi. Il terzo trasportatore “in nero” carica sul proprio mezzo i liquami, dopo essere stato pagato “in nero”, si reca in un sito isolato e riversa i liquami in un corso d’acqua pubblico. In tale ipotesi ambedue i soggetti (titolare dell’azienda produttrice dei rifiuti liquidi e trasportatore “in nero” autore materiale dello smaltimento finale) risponderanno in concorso doloso tra loro del reato di gestione illecita di rifiuti liquidi mediante smaltimento illegale sulla base dell’art. 256 comma 1 D.Lgs n. 152/06 (oltre – sempre in concorso tra loro - al concorrente reato di danneggiamento aggravato di acque pubbliche sulla base dell’art. 635 II° comma n. 3 Codice Penale). Ambedue hanno infatti la piena consapevolezza e volontà di contribuire causalmente alla realizzazione del fatto illecito finale, ed ambedue hanno la coscienza e la volontà del fatto criminoso, con pari responsabilità – dunque - dei compartecipi. Ambedue hanno agito insieme verso un determinato fine criminoso…

Altro esempio manualistico. Un privato che deve demolire una propria casa per ristrutturazione compreso smantellamento di un tetto di eternit, ha il dovere di rivolgersi a ditta specializzata abilitata per poi indirizzare tale frantume compreso l’ eternit verso un impianto di smaltimento regolare. Se, invece, sceglie – al chiaro fine di risparmiare sui costi di smaltimento regolare – di destinare sia i residui di demolizione che il frantume di eternit in questione verso destinazione illegale, può operare in due modi.

- Prima ipotesi. Opera in proprio la demolizione del manufatto compreso lo smantellamento in proprio della tetto, carica il frantume misto da lui prodotto su un mezzo proprio privato, si reca in un sito isolato e riversa tali frantumi su un terreno pubblico. In tale ipotesi risponderà in via diretta ed esclusiva del reato di gestione illecita di rifiuti pericolosi mediante smaltimento illegale sulla base dell’art. 256 comma 1 D.Lgs n. 152/06 (reato che si applica a “chiunque” e dunque anche ai privati ed anche per un solo episodio di gestione illecita).

- Seconda ipotesi. Contatta un soggetto “in nero” nella piena consapevolezza della sua attività totalmente illegale e – in piena sinergia reciproca – concordano insieme la demolizione del manufatto compreso lo smantellamento abusivo della tettoia di eternit e - poi - lo smaltimento illegale del carico di frantume misto conseguente. Il terzo appaltante “in nero” carica sul proprio mezzo i frantumi, dopo essere stato pagato “in nero”, si reca in un sito isolato e riversa tali frantumi misti su un terreno pubblico. In tale ipotesi ambedue i soggetti (privato titolare del manufatto con tetto in eternit e appaltatore “in nero” autore materiale dello smaltimento finale) risponderanno in concorso doloso tra loro del reato di gestione illecita di rifiuti pericolosi mediante smaltimento illegale sulla base dell’art. 256 comma 1 D.Lgs n. 152/06.

Anche in questo caso, ambedue hanno infatti la piena consapevolezza e volontà di contribuire causalmente alla realizzazione del fatto illecito finale, ed ambedue hanno la coscienza e la volontà del fatto criminoso, con pari responsabilità – dunque - dei compartecipi. Ambedue hanno agito insieme verso un determinato fine criminoso.

Logicamente, in tutte e quattro le ipotesi manualistiche sopra ipotizzate, non si applicherà mai l’illecito di abbandono/deposito incontrollato di rifiuti (previsto dall’art. 192 D.lgs n. 152/06 e sanzionato dal secondo comma dell’art. 256 medesimo decreto), perché la quantità/qualità dei rifiuti, la serialità, la dinamica dei fatti rendono indubbiamente applicabile direttamente (anche al privato) il reato di gestione illecita di rifiuti di cui al primo comma art. 256 decreto citato. (2)

Chi deve compilare il formulario a livello iniziale? Il produttore dei rifiuti…

Molti ritengono che la compilazione del formulario di identificazione dei rifiuti è compito ed onere del trasportatore e che – di conseguenza – le sanzioni connesse alla omessa o irregolare compilazione del formulario siano riservate, appunto, solo al trasportatore. Non è affatto così…

In realtà il formulario – in via logica – deve essere compilato dal produttore dei rifiuti nelle parti essenziali iniziali. Vediamo perché.

Partiamo dal presupposto – incontestabile, anche se nella prassi comune del “Codice Così Fan Tutti” (3) sottovalutata o addirittura capovolta – che, per regola europea, e come sopra abbiamo già visto, sul produttore di rifiuti (aziendale o privato) grava l’onere (con cedibile a terzi) di assicurare il corretto avvio allo smatinento o recupero dei rifiuti prodotti. Tale onere viene assolto dal privato – per i rifiuti realmente di origine (realmente) solo domestica – tramite il corretto conferimernto al servizio pubblico di raccolta.

Mentre - per i rifiuti aziendali - il titolare ha l’obbligo, molto più complesso, di:

  1. assegnare il corretto codice CER ai propri rifiuti (operazione importantissima che solo il produttore può e deve fare);

  2. individuare (a propria cura e sotto la sua unica e diretta responsabilità non delegabile a nessuno) un impianto di smaltimento o recupero regolare ed idoneo per ricevere i rifiuti da lui prodotti e dei quali intende disfarsi (e controllare tutti i dati di legalità della struttura in primis la regolarità formale e sostanziale di tale impianto di destino);

  3. operare successivamente il trasporto dei propri rifiuti verso tale impianto e con tale finalità può:

  1. trasportare (nei casi consentiti) tali rifiuti con mezzo proprio;

  2. rivolgersi (come accade nella maggior parte dei casi) ad un trasportatore terzo.

  1. in quest’ultimo caso deve individuare (a propria cura e sotto la sua unica e diretta responsabilità non delegabile a nessuno) una ditta di trasporto regolare ed idonea per trasportare i rifiuti da lui prodotti (e controllare i dati di legalità della ditta, in primis la regolarità formale e sostanziale rappresentata dall’iscrizione all’Albo Nazionale Gestori Ambientali);

  2. sia nel caso sub 3a e che nel caso sub 3b dovrà essere compilato – prima del trasporto – il formulario di identificazione dei rufiuti che accompagnerà il viaggio dei rifiuti ed alla fine attesterà la regolare consegna del carico all’impianto di destino finale.

Ora, appare chiaro che nel caso sub 3a il titolare opera totalmente in proprio e – dunque – è logico che tutta la integrale compilazione del formulario resta a suo unico carico.

Ma nel caso sub 3b (trasporto ad opera di terza ditta) resta da chiedersi: quando l’autista di tale ditta di trasporto – su chiamata contrattuale del titolare dell’azienda produttrice dei rifiuti – si reca presso l’azienda stessa per effettuare il carico ed operare quello che poi – sostanzialmente – è un incarico di corriere (carico, trasporto e scarico dei rifiuti e basta), può sapere di che rifiuti si tratta (pericolosi o non pericolosi)? Può sapere natura e tipologia specifica dei rifiuti? Può sapere il loro peso/volume? Può sapere quale è l’esatto codice CER da assegnare a tali rifiuti? Può sapere qual è l’impianto di destino prescelto? E tutti gli altri dati che sono inerenti tecnicamente a quel carico di rifiuti? Certamente no, salva l’ipotesi di essere in possesso di una sfera magica che gli consente di indovinare per magia tutti questi dati…

Ed allora, indipendemente dal fatto di chi materialmente mette sul tavolo i fogli cartacei del formulario, qual è l’unico soggetto che può essere a conoscenza dei dati (da inserire nella importante) parte iniziale del formulario inerente - in primis - il codice CER e, poi, tutto il resto (tra cui natura e tipologia, il peso/volume, l’impianto di destino prescelto ed altro)? Risposta: solo ed esclusivamente il produttore dei rifiuti stessi. Nessun soggetto diverso. E dunque questi dati (straordinariamente rilevanti, che imprimono ai rifiuti l’impronta del viaggio) sono da compilarsi sul formulario a cura del produttore che poi firma il modulo assumendosi la responsabilità di quello che ha scritto.

E le sanzioni per quello che eventualmnente è stato scritto a sua cura in modo errato o falso sono logicamente in via primaria a suo carico…

Il trasportatore – a sua volta – in questa fase iniziale ha l’onere di controllare che tutti i dati così inseriti dal produttore sul formulario sono esatti e corrispiondono alla reale situazione del cumulo di rifiuti che sta per prendere il carico per il trasporto. Poiché si tratta di soggetto qualificato, iscritto all’Albo e dunque si sottintende professionalmente abilitato per tale operazione – tale onere deve essere da lui puntualmente assolto e la sua firma sul modulo gli fa assumere a sua volta la corresponsabilità diretta a livello sanzionatorio. Se rileva che quanto da caricare non corrisponde ai dati forniti dal produttore, ha l’obbligo di rifiutare il carico stesso. Se carica nonostante la certezza della irregolarità dei dati (ad esempio nota che sono palesemente rifiuti pericolosi mentre il produttore ha dichiarato il carico come composto da rifiuti non pericolosi assegnando connesso falso codice CER), il soggetto trasportatore entra in concorso doloso con il produttore anche a livello sanzionatorio.

In altri casi, dove può sorgere il dubbio in luogo della certezza dei dati errati, risponderà di culpa in vigilando.

Come si vede – dunque – il viaggio del rifiuti inizia sempre e comunque sulla base dei dati tecnici inseriti sul formulario, per forza di cose, dal produttore aziendae – di conseguenza – è lui il primo responsabile nella cordata della gestione illecita dei rifiuti.

Risalire sempre alla fonte

Sulla base di quanto sopra esposto, in sede di controllo è – dunque – sempre importante ed irrinunciabile risalire alla fonte, e cioè al produttore del rifiuto (e questo anche se la sua sede dista centinaia di chilometri di distanza). Se un controllo in itinere durante il trasporto consente di individuare illegalità nel trasporto stresso, non ha senso operare i regimi di accertamento e connesse sanzioni solo a carico del trasportatore (o altri attori gregari tipo intermediari, spedizionieri, titolari di depositi…) ma si deve sempre e comunque risalire subito a chi ha prodotto quel rifiuto e lo ha poi consegnato a tali soggetti intermedi.

Questo, sia nel caso di controlli su strada casuali, sia in sedi più strutturare come ad esempio i container nei porti (in quest’ultimo caso, inutile sanzionare solo l’ultimo operatore gregario, lasciando intatta la fonte di quel carico di rifiuti (produttore) perché domani quest’ultimo continuerà ad inviare altri container con carichi illegali in una vite senza fine…

Se – come spesso accade – la fonte dista centinaia di chilometri, dovrà essere subito allertata sede locale della forza di polizia operante o sede di altra forza di polizia chiedendo urgente controllo nella sede del produttore prima che questi possa far sparire dati e prove o alterare i medesimi… Altrimenti i controlli – di fatto – servono a poco ed a nulla.

Maurizio Santoloci – Valentina Vattani

Pubblicato il 1 settembre 2016

(1) Dal volume “Tecnica di Polizia Giudiziaria Ambientale” edizione 2016 di Maurizio Santoloci e Valentina Santoloci – “Diritto all’ambiente – Edizioni” www.dirittoambientedizioni.net : “(…) Cosa unisce abbandoni di rifiuti/depositi incontrollati/discariche abusive e lavoro nero? La risposta è molto semplice: praticamente tutto. Si tratta di due aspetti speculari dello stesso identico problema. È un dato di fatto oggettivo che - a parte gli abbandoni di rifiuti eseguiti direttamente dai privati e/o dalle aziende - gran parte della massa di rifiuti solidi e liquidi che, soprattutto di notte, vengono riversati in ogni angolo del nostro territorio sono da addebitare a quel mondo silente ma vastissimo dei trasportatori e smaltitori abusivi che vanno a raccogliere questi rifiuti solidi e liquidi presso privati ed aziende a costi bassissimi; per poi gettarli/sotterrarli ovunque o in parte bruciarli. Certamente senza emettere poi fattura e compilare formulari. Ormai è palesemente radicata nel nostro Paese una realtà di un numero infinito ed incontrollato di soggetti che, utilizzando piccoli e medi mezzi intestati a privati (spesso soggetti di facciata, impunibili tipo persone anziane) e dunque del tutto “invisibili” perché anonimi, girano in lungo e in largo sul territorio per offrire un “servizio” che è molto appetito da una altrettanto vastissima massa di privati e titolari di piccole/medie aziende: il “ritiro” a bassissimo costo dei propri rifiuti per evitare i costi degli smaltimenti ufficiali. Mettendo in evidenza le violazioni ambientali e connesse gravissime violazioni fiscali e tributarie. Merita attenzione un altro gravissimo aspetto di questa diffusa realtà illegale… Infatti, la gestione “in nero” dei rifiuti produce lavoro in violazione della norme sulla sicurezza e sulla salute dei “dipendenti” esposti in prima persona a forti rischi. Un aspetto questo sottovalutato dalle autorità competenti, che merita invece un impegno diffuso degli Ispettori del Lavoro e dei settori ASL competenti. Vediamo perché. Questo capillare e diffusissimo (anche se invisibile) mondo parallelo a testa in giù degli smaltitori abusivi è costituito da due livelli organizzativi, e riguarda uno spettro di intervento sui rifiuti - anche pericolosissimi - a tutto campo. Ci sono gli smaltitori abusivi in proprio, che agiscono in modo unipersonale o in combinazione di due/tre persone (per lo più familiari o amici) e, dunque, agiscono in prima persona in via diretta. Questi soggetti non hanno “dipendenti”, ma fanno tutto da soli. Il caso classico sono i gruppi rom che utilizzano furgoni anonimi spesso con targa estera e poi - comunque - riversano rifiuti pericolosi nei campi (dove ci sono anche bambini), esponendo poi tutti alle esalazioni delle note e documentate bruciature notturne o diffusione di fibre di eternit. Ci sono - poi - altri soggetti in proprio come pensionati o lavoratori che “arrotondano” fuori servizio o disoccupati (vedere caso “bottini” con trattori per ritiro rifiuti liquidi in campagna anche da aziende - e dunque anche potenzialmente pericolosi - o ritiri diffusi di tutto presso privati ed aziende: con riversamento poi incontrollato dei rifiuti solidi e liquidi sul territorio). Sono comunque in prima persona soggetti esposti a forti rischi per la loro salute, oltre che generatori seriali di danni continui per la salute pubblica dei cittadini. Ma esiste un altro livello più strutturato di tale mondo illegale, costituito non da vera e propria criminalità organizzata o associata (che pure manovra migliaia di persone “in nero” esponendo i singoli soggetti a rischio – leggi certezza – di infortuni e malattie), ma un livello intermedio… Un livello molto diffuso e silente costituito da ex operatori in proprio che, maturato nella impunità generale un certo “avviamento aziendale” e percepito un fruttuoso lucro, hanno fatto un “salto di qualità”, si sono meglio organizzati creando una vera e propria struttura “aziendale”. Grazie ai ricchi ed illegali profitti guadagnati in pochissimi tempo (tutti esenti da tasse), hanno acquistato più mezzi (roba al limite della rottamazione, e dunque da quattro soldi) soprattutto con targhe estere ma – soprattutto – hanno “assunto” tutta una serie di “dipendenti” ai quali demandano il lavoro sporco… E loro dirigono al riparo, con intestazioni di mezzi e dei lavori tutte fittizie a nonnette o soggetti impunibili. Naturalmente le “assunzioni” sono tutte in nero. E si pesca nel girone dei disperati che per sopravvivere fanno di tutto. Soprattutto tra i soggetti stranieri. Questa massa di nuovi schiavi economici per necessità viene destinata ai lavori più pericolosi. Un esempio per tutti? Il lucrosissimo business dello smaltimento illegale dell’eternit… Un vero e proprio Eldorado per queste attività criminali. Inutile ricordare che il nostro territorio è invaso da eternit in ogni dove. Basta concentrarsi durante un viaggio su strada e dare un’occhiata alle campagne per vedere tettoie di capannoni industriali ed artigianali, stalle, rifugi per animali, fienili, ricoveri mezzi ed attrezzi: tutto eternit. In città si trova nei condomini, nelle stazioni, negli uffici pubblici e privati, perfino negli ospedali e nelle stazioni. Nascosto nelle soffitte, nelle tubature fumarie, nei cancelli e dovunque. Un mare di eternit.

Smaltire tutto questo costa. E ci si deve – logicamente – rivolgere a ditte autorizzate che, proprio per questo, offrono un servizio garantito da rischi e contaminazioni… Ma i costi sono alti. Dunque, la tendenza dei privati (soprattutto in campagna o aree isolate) e di molte aziende è quella di rivolgersi al “mondo parallelo” degli abusivi per far sparire il proprio eternit a costi enormemente più bassi. Ed ecco il business criminale. Ci sono queste “ditte” strutturate totalmente in nero (per lo più attivate da cittadini dell’est europeo) che - velocemente - inviano un gruppo di “dipendenti” su furgone anonimo che tolgono di mezzo tutto l’eternit praticamente a martellate, colpi di strumenti da taglio di ogni tipo di edilizia ordinaria, senza alcuna precauzione per se stessi e per l’ambiente ove operano. Si frantuma tutto, e si rilasciano in loco e durante il viaggio - ed infine sul luogo di illegale smaltimento - fibre di amianto in volo senza controllo. Un danno per la salute pubblica estremo. Ma - paradossalmente - i primi a farne le spese sono proprio questi “dipendenti”, cioè nuovi schiavi arruolati per un tozzo di pane e mandati a fare questo lavoro sporco che crea lucro immenso per i mandanti. Persone che spaccano pezzi di eternit in maglietta e calzoncini corti, neppure una mascherina. Esposti a tutto campo ai rischi (certezze) di contaminazione. Sono fonte di “autodanno” e di danno verso i terzi. Il territorio è infestato in modo silente da questo fenomeno illegale. Questa realtà è poi parallela ad un settore ibrido, costituito dalle ditte di edilizia abusiva che demoliscono e costruiscono “in nero” a basso costo e, logicamente, violando tutte le elementari norme di sicurezza ed igiene sul lavoro. Durante le demolizioni abusive può capitare di trovare eternit e – con l’occasione – si frantuma tutto (calcinacci, strutture ed eternit) in un unico mucchio di materiali edili che viene poi riversato di notte sul territorio. Un miscuglio micidiale di fibre di amianto e polveri varie che in prima fase viene respirato da coloro che operano tali demolizioni, e poi offerto come danno collettivo a tutta la cittadinanza del luogo di illecito smaltimento. (…)”.

 

(2) Dal volume “Tecnica di Polizia Giudiziaria Ambientale” edizione 2016 di Maurizio Santoloci e Valentina Santoloci – “Diritto all’ambiente – Edizioni” www.dirittoambientedizioni.net : “(…) Nella dinamica della gestione “in nero” dei rifiuti sono tutti complici dolosi. Senza sconti per nessuno. Perché il privato cittadino ed il titolare d’impresa che si rivolge ad uno di questi soggetti “in nero” per consegnarli i propri rifiuti non può essere “Alice nel Paese delle Meraviglie”, ed ignorare che tali rifiuti saranno da lì a poco gettati o bruciati da qualche parte. Lo sa benissimo, proprio perché sceglie volontariamente e consapevolmente (da qui il dolo) di evitare di rivolgersi al (più costoso) servizio regolare e legale e si rivolge all’abusivo (di gran lunga meno costoso). Il fine è quello di risparmiare sui costi e – forse – anche quello di evitare tanti adempimenti formali che certo il trasportatore illegale non chiede. Il risparmio è speculare anche alla connessa violazione fiscale e tributaria. Questo è il punto fondamentale che molti – anche tra gli organi di polizia – sottovalutano. ll produttore dei rifiuti (privato o azienda) ha l’incontestabile responsabilità, originata dalle regole europee vigenti, connessa al destino del suo rifiuto (domestico o aziendale) fino al corretto smaltimento o recupero finale; e tale responsabilità, in modo altrettanto incontestabile, non può essere da lui “ceduta” a nessuno a livello contrattuale o con patti vari, e certamente ancor meno ad un soggetto illegale. Dunque, quando si individua uno smaltimento illegale in questo contesto (ivi compresi – logicamente – le bruciature di rifiuti ed i falò connessi), oltre agli accertamenti di rito, va come prima cosa individuato (se possibile) il “mandante”, e cioè il produttore (o i produttori) di quei rifiuti (siano essi privati e/o titolari di azienda) perché il primo responsabile “dinamico” non è il soggetto abusivo che sta operando tale smaltimento, ma il produttore che – dolosamente e con il chiaro fine di raggiungere quell’obiettivo – gli ha consegnato quei rifiuti. Se i produttori sono diversi, vanno tutti considerati corresponsabili primari. Inutile concentrarsi solo sul trasportatore/smaltitore abusivo (che spesso, sotto il profilo investigativo, è un soggetto a margine di minimo spessore), se non si stronca l’origine del conferimento. Perché se si continua a concentrare l’azione di PG solo sul soggetto operante abusivo, ma non si risale (ove possibile) alla fonte, domani quel singolo soggetto abusivo sarà sostituito da un altro soggetto analogo che si recherà presso quello stesso produttore ed opererà esattamente lo stesso “ritiro” e lo stesso successivo smaltimento abusivo. E così via, in un circolo senza fine. Va, poi, sottolineato che tutti questi soggetti (dal produttore privato o aziendale, al trasportatore/smaltitore illegale all’eventuale proprietario dell’area finale consapevole e partner del soggetto abusivo intermedio) agiscono con dolo, e dunque va applicato loro il concorso in tutti i reati emersi in quella specifica dinamica. È logico che coloro che agiscono “in nero” in questo settore non possono raggiungere un sito di smaltimento o recupero regolare e - dunque - per forza di cose devono smaltire i rifiuti così abusivamente raccolti andando a riversarli da qualche parte, o sotterrandoli o bruciandoli. Ed ecco la chiave di lettura di tutto.

Ogni soggetto “in nero” che opera in modo silente ed occulto la “raccolta” di rifiuti presso privati o aziende, per tutto l’arco temporale della sua attività “aziendale” ogni giorno riverserà sul territorio cumuli di rifiuti costituiti potenzialmente da ogni e qualsiasi materiale, ivi compresi rifiuti pericolosi. È questa la fonte principale dei cumuli di rifiuti riversati sul territorio. Ed è una fonte continua e permanente. Stroncare questa fonte è dunque strategia rilevante per il contrasto alla diffusione di tali riversamenti di rifiuti. Tutti devono rispondere del reato di gestione illecita di rifiuti (art. 256 D.Lgs. n. 152/06) che, contrariamente a quello che ritengono (in modo assolutamente errato anche alcuni organi di PG), si applica anche ai privati che guidano questi mezzi (intestati formalmente appunto a privati) perché questi soggetti operano attività di fatto di azienda “in nero” occulta (anche sotto i profilo fiscale e tributario). In questi casi la quantità/qualità dei rifiuti solidi e liquidi e la dinamica oggettiva dei fatti (attività seriale, ripetitiva e sistematica) sono lontanissime dalla modesta ipotesi dell’abbandono, ma si tratta di un vero e proprio smaltimento illegale di rifiuti. Smaltimento che dovrebbe avvenire in modo regolare all’interno di un impianto dedicato ove il mezzo deve giungere con la tracciabilità connessa. Si tratta di soggetti non iscritti all’Albo Nazionale Gestori Ambientali e che - dunque - non possono compilare alcun formulario e non possono emettere fattura. Tutta l’azione del soggetto e del mezzo sono pertanto totalmente al di fuori di ogni regime legale ed autorizzatorio; e l’azione di sversamento illegale - ovunque e comunque al di fuori delle regole - azzera ogni legalità e trasforma il soggetto ed il mezzo in entità totalmente fuori norma e regola. Dunque, si integra il reato di gestione illecita di rifiuti solidi o liquidi mediante smaltimento illegale ai sensi del comma 1 dell’art. 256 D.Lgs n. 152/06 che sanziona “chiunque” effettua una attività di raccolta, trasporto, recupero, smaltimento, commercio ed intermediazione di rifiuti in mancanza della prescritta autorizzazione, iscrizione o comunicazione (e ben vi rientra in tale previsione anche lo smaltimento illegale dei rifiuti solidi o liquidi). Il reato disposto dall’art. 256, comma 1, del D.Lgs, n. 152/2006 si applica infatti a chiunque eserciti una attività di gestione dei rifiuti in assenza di autorizzazione. Ciò significa che la norma sanzionatoria non ha come destinatari unicamente soggetti che esercitano professionalmente l’attività di raccolta, trasporto recupero e smaltimento dei rifiuti, ma si rivolge a qualsiasi soggetto che si trovi ad esercitare un’attività di gestione dei rifiuti. Come infatti ha sottolineato anche la Corte di Cassazione: il reato di attività di gestione di rifiuti in assenza di autorizzazione, non ha natura di reato proprio integrabile soltanto da soggetti esercenti professionalmente una attività di gestione di rifiuti, ma costituisce una ipotesi di reato comune che può essere pertanto commesso anche da chi esercita attività di gestione dei rifiuti di fatto o in modo secondario o consequenziale all’esercizio di una attività primaria diversa. Va infatti ricordato come la Cassazione ha sempre precisato che: “il reato di cui all’art. 256, comma secondo, del d.lgs. n. 152 del 2006 è configurabile nei confronti di qualsiasi soggetto che abbandoni rifiuti nell’ambito di una attività economica esercitata anche di fatto, indipendentemente da una qualificazione formale sua o dell’attività medesima, così dovendosi intendere il «titolare di impresa o responsabile di ente» menzionato dalla norma” (Cassazione Penale – Sez. III – sentenza del 18 settembre 2013 n. 38364). Parimenti la Cassazione ha sempre evidenziato come gravi sul legale rappresentante dell’azienda (o - in caso di espressa delega interna - in capo al delegato dello specifico ramo aziendale) una posizione di garanzia, per cui esso è tenuto a vigilare che i propri dipendenti o altri sottoposti osservino le norme ambientali, potendo configurarsi una culpa in vigilando in presenza di comportamenti che violino tali doveri di diligenza per la mancata adozione di tutte le misure necessarie per evitare illeciti, anche se commessi dai dipendenti o sottoposti. (…)”.

 

(3) La dicitura e l’omonimo titolo del corso Il codice così fan tutti” sono un marchio registrato da “Diritto all’ambiente” con il n. 0001344160 presso l’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi del Ministero per lo Sviluppo Economico e protetto dalla legge sulla protezione dei marchi e del copyright anche in sede penale.

 

 

 

 

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